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Stück Plastik
di Marius von Mayenburg
traduzione Umberto Gandini
regia Giulia Pica
con Alessandro Gioia, Fiorenzo Madonna, Giulia Pica, Antonio Stoccuto
e un’attrice in fase di definizione
musiche Massimo Cordovani
produzione Rebus
prima nazionale
Un ambiente domestico asettico abitato da una famiglia della sinistra colta: Michael, un medico con aspirazioni umanitarie e Ulrike, l’assistente di un artista concettuale megalomane di nome Haulupa. Incapaci di gestire il quotidiano e il figlio adolescente, Vincent, la coppia assume Jessica come colf. La sua presenza efficiente e silenziosa diventa lo specchio delle loro fragilità: i due iniziano a contendersi il ruolo dei più “umani”, trasformandola in un oggetto morale. L’artista Haulupa accelera il collasso e la casa diventa il set delle sue improbabili installazioni che vorrebbero trasformare Jessica in un’opera d’arte vivente, privata della propria identità. Il figlio Vincent, con la sua telecamera sempre accesa, incarna la falla del sistema, l’unico corpo non addomesticato, un prigioniero poetico che cerca verità oltre la superficie lucida della casa. Finché, durante una cena grottesca, ogni maschera cade svelando lo sporco nascosto sotto la plastica.
Note di regia
“In Stück Plastik la parola smette di essere un ponte e diventa un involucro. I protagonisti abitano un linguaggio che è esso stesso “plastica”: una superficie sintetica, lucida e deformabile, utilizzata per rivestire impulsi che la loro impalcatura morale non saprebbe sostenere.” Marius Von Mayenburg
Quello che più mi affascina di questo testo è il paradosso di un’umanità prigioniera della propria proiezione. Michael e Ulrike e -quel che è peggio l’artista Haulupa- non vivono la propria vita, ma la mettono in scena per un pubblico invisibile, schiavi di un’immagine di sé che deve risultare eticamente impeccabile. Il figlio Vincent scava invano sotto la plastica con la sua telecamera sempre accesa alla disperata ricerca di qualcosa di vivo, con la rabbia e la tenerezza di chi ancora si accorge, ma non riesce a sperare di cambiare le cose. Credo fortemente in un teatro di relazione e di scambio reale tra gli attori e con il pubblico ed ho riconosciuto in questo testo un alleato ideale per un gioco di scena in cui la risata e la comicità, lungi dall’essere scopo, si facciano breccia per penetrare più a fondo nel cuore di chi guarda ed ascolta. Perché di plastica il cuore, in fondo, non è mai.
Giulia Pica






